PIAZZA FONTANA: DOPO 42 ANNI NESSUNO E’ STATO?

Un boato che non smette di far tremare la memoria, anche a distanza di quarantadue anni. Questo il ricordo di Piazza Fontana, della strage che ne ha intriso l’asfalto con il sangue di diciassette vittime innocenti, il 12 dicembre 1969. L’attuale sindaco di Bresso, Fortunato Zinni, è uno dei superstiti di questa tragedia, e nelle sue parole possiamo cercare un senso alle ombre e alle contraddizioni di quel giorno così buio.

Sindaco Zinni, che ricordo ha di quel pomeriggio?

È qualcosa che non si può dimenticare. A quel tempo lavoravo alla Banca Nazionale dell’Agricoltura:quando è esplosa la bomba avevo appena finito di siglare la contrattazione tra due anziani agricoltori, Carlo Gelli e Gerolamo Papetti. I miei colleghi erano dietro gli sportelli, io invece mi trovavo nel salone. Erano circa le 16:30, quando abbiamo sentito tutti un tremendo boato. Il resto, purtroppo, è storia.

Che impatto ha avuto sulla sua vita il fatto di essere rimasto coinvolto in un episodio così tragico e significativo?

Ha comportato un momento di grande riflessione per la mia coscienza, tanto politica quanto civile. A quell’epoca ero assessore per il Comune di Bresso, avevo 29 anni. Dopo la strage, il mio impegno sul fronte della rappresentanza dei lavoratori è cresciuto, e così anche il significato delle decisioni che mi sono trovato a prendere. Come responsabile del Consiglio d’Azienda della filiale BNA di Milano, con i lavoratori feriti mi sono costituito parte civile nel processo di Catanzaro:abbiamo scelto di affidarci all’avvocato della famiglia Pinelli, Marcello Gentili. Questo nel momento in cui è stato chiaro che gli anarchici non c’entravano niente, che la matrice di quell’orribile episodio era da ricondurre all’ambiente nazifascista.

Con la consapevolezza di aver vissuto in prima persona una di quelle tragedie che vengono spesso definite “Stragi di Stato”, riesce ancora ad avere fiducia nelle istituzioni?

Se non avessi fiducia nelle istituzioni, non ne sarei un rappresentante. Ho fiducia perché non posso credere che in uno Stato di diritto, la giustizia sia un optional. Piazza Fontana rimane una ferita aperta, un fallimento della giustizia umana, e in questo fallimento ci sono delle responsabilità precise: non dello Stato ma di alcuni suoi settori. È ben noto che la Suprema Corte e i Servizi Segreti dell’epoca hanno ostacolato l’accertamento dei fatti, lasciando ancora tante ombre da diradare.

A distanza di così tanti anni, ritiene quindi che sia ancora una questione aperta?

È un dato di fatto. Come ha detto il Capo dello Stato in occasione del 40° anniversario della Strage, “dobbiamo cercare la verità fino all’ultimo frammento”. Qualche tempo fa, tre coraggiosi giornalisti freelance sono andati fino in Sudafrica per intervistare l’allora capo del SID (i servizi segreti dell’epoca, ndr), il quale ha indicato espressamente i responsabili della strage. Ciononostante, la magistratura milanese ha scelto di non riaprire il caso.

 

Tenendo conto dei recenti episodi di cronaca e della sempre più massiccia quanto sotterranea presenza di realtà legate all’estremismo politico,evidente anche nel territorio del Nord Milano, ritiene possibile il rischio di una recrudescenza di quegli anni di piombo?
 

È una domanda molto pertinente. Negli anni ’68-’69, si stava verificando una ricucitura di tutto il movimento operaio, quello degli impiegati e quello delle lotte studentesche. Stava prendendo vita un grande movimento popolare capace di ottenere importanti conquiste, come lo Statuto dei Lavoratori del 1970. Com’è stato fermato questo processo? Con le bombe. Oggi, stiamo vivendo la situazione inversa. L’indebolimento del movimento dei lavoratori fa prevalere le forze della grande finanza, che agiscono con la bomba dello spread. Chi interpreta la lotta come qualcosa da portare avanti nell’ombra e con la violenza è da condannare, perché il movimento operaio delle masse, per crescere, ha bisogno di essere unito. Un esempio di quest’unione sono i 300 milanesi che nel 1969, dopo la strage, si presentarono davanti al sagrato del Duomo di Milano, senza bandiere o simboli di partito, per respingere il terrore di chi avrebbe voluto rendere l’Italia una dittatura fascista.

 

Oggi la sua agenda è piena di impegni legati alla commemorazione della Strage, e sarà così anche domani. Presenterà una nuova edizione del suo libro?

Esatto. Oltre al fitto programma di oggi, domani alle 18:00, presso la Camera del Lavoro di Milano, presenterò la quinta edizione del mio libro “Piazza Fontana, nessuno è Stato” con prefazione del sindaco di Milano, Giuliano Pisapia. (qui disponibile il programma dell’evento http://www.piazzafontana.it/)

 

“Fino all’ultimo frammento di verità”, rimane quindi aperta una delle pagine più buie nella storia di Milano e di tutto il Paese. Una memoria che quarantadue anni dopo conserva indelebile l’epitaffio di un lutto: quello di diciassette vite mandate in frantumi con l’esplosivo. E il timore più grande di tutti: nessuno è Stato?

 

di Luca Brambilla

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